| Quale formazione per il volontariato? |
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| Argomenti e strumenti - Volontariato |
| Lunedì 06 Giugno 2011 16:03 |
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Formazione continua o formazione permanente? Solo un problema di lessico?Parlare di ‘formazione continua’ nel volontariato può essere fuorviante. Può resuscitare vecchi timori. Prima di argomentare di formazione occorre precisare preliminarmente le modalità proprie a questo particolare settore. I punti di contatto con la formazione professionale certo esistono; come ad esempio l’esigenza di realizzare un apprendimento incessante volto alla crescita del capitale umano, rendendo migliori le persone con lo studio e con l’applicazione. Per poter contare sui singoli, occorre assicurarsi che essi abbiano le competenze richieste per svolgere le funzioni che gli si richiedono. Nel volontariato, ormai, in tutti i suoi ambiti, diversamente dal passato, per formarsi occorrono sistemi formalizzati che non possono più essere lasciati ai tempi lunghi del singolo o alla prassi quotidiana delle associazioni. Servono corsi di preparazione e di aggiornamento con cui sviluppare ciò che serve. Cosa ancor più vera in ambito sanitario e oncologico, dove ai volontari si domanda di agire in modo preciso e competente, e di coordinarsi con i professionisti dell’assistenza. Come ricorda Claude Fusco Karmann, dall’idea di un volontario con un proprio ruolo specifico nasce la necessità di tracciarne un profilo, di definirne il numero necessario, di reclutarlo con una campagna mirata, di formarlo attraverso un corso specifico. Viene anche delineato il percorso formativo successivo alla sua entrata in attività: infatti il volontario dovrà ricevere un supporto continuo ed essere in grado di svolgere la propria attività con sempre maggior impatto, senza che la sua motivazione perda vigore a contatto con la routine quotidiana. Formazione di base e aggiornamento sono le fondamenta del comportamento competente. Contrariamente a quanto molti pensano, chiedere ai volontari di formarsi non è un problema. Quanto più sono a contatto con il disagio e la malattia, infatti, tanto più essi sono disponibili a seguire corsi di preparazione. La missione di uomini e di donne impegnati nella solidarietà fa del volontariato un sistema di formazione in fieri. Tuttavia, non tutta la formazione è appropriata. Chi pratica la gratuità e realizza azioni concrete di aiuto ha l’esigenza di mantenere distinto il proprio ruolo da quelli che spettano al modo del lavoro. In ambito sociosanitario la missione delle associazioni è, soprattutto, di non perdere di vista, sotto l’incalzare delle esigenze cliniche e dei trattamenti, l’umanità del malato. Nel caso del volontariato oncologico, poi, lo scopo è quello di aiutare lui e la sua famiglia in sintonia con il ruolo dei medici, degli infermieri, degli operatori socio-assitenziali, nelle mani dei quali sta la vita del paziente. Su di un piano più generale, ad esempio, al volontariato in Sanità è oggi richiesto anche di intervenire a strutturare la continuità assistenziale, dalla fase di riconoscimento della malattia a quella post-terapeutica. Nondimeno, la missione del volontariato rimane eminentemente relazionale. Soggetto al burnout, allo stress psicologico dovuto al contatto con il dolore e la frustrazione, chi pratica il volontariato deve poter mantenere alta la propria motivazione, segnando costantemente la distanza valoriale che esiste tra ciò in cui s’impegna e le altre manifestazioni di aiuto, più tecniche e meno disinteressate. Quando si chiede al volontariato di formare e di formarsi si compie un passo di grande significato, volto a utilizzare pragmaticamente, in termini di servizio, l'utilità sociale della gratuità e del dono relazionale. Per accettare nuovi impegni di servizio serve riconoscere al volontariato dignità e utilità, esplicitamente e ripetutamente. La distinzione e il riconoscimento sono infatti le monete della motivazione. E senza motivazione il volontariato muore. L’orgoglio di una missione ancorata alla pratica di valori di umanità, niente affatto scontati nella nostra società, infatti, pretende il riconoscimento dall’esterno del sostegno relazionale offerto dai volontari con le azioni di assistenza e di cura cui partecipano. Per accompagnare con amore, il volontario ha bisogno, a lungo termine, di percepire che la stima sociale lo accompagna. La ‘motivazione’ fondata sulla distinzione e sulla fiducia trovano tuttavia un limite nella consistenza della funzione tecnico professionale. In altre parole, la funzione del volontariato, in generale, non può mai soltanto puntare all’efficienza professionale. Il limite delle richieste di prestazione alle associazioni e ai volontari è dato dal rispetto dei valori e della funzione relazionale che fondano le azioni di solidarietà disinteressata. Quando la politica e la formazione chiedono di favorire la sussidiarietà orizzontale del welfare, le nuove competenze devono mantenersi ancorate ai valori e alla missione dell’azione volontaria. Da questo punto di vista, la formazione nel volontariato non può mai riguardare esclusivamente contenuti professionali e non può rispondere a una pura richiesta di efficienza o di efficacia prestazionale. I volontari e le associazioni possono spingere sul pedale del 'servizio', delle tecniche di assistenza e della specificità dei ruoli (su requisiti organizzativi in senso stretto, cioè) solo se la formazione che gli si richiede sono accettate e condotte in sintonia con le esigenze di crescita delle persone che partecipano alle associazioni. In latri termini, i valori, lo spirito di missione, le finalità di solidarietà non possono mai essere sacrificati in nome dell’utilità economica o del risparmio di risorse (pubbliche). Le parole, dunque, nel quadro dell’apprendimento in seno al volontariato, sono importanti. Niente «formazione professionale»[7] e «formazione continua»[8]; bensì «formazione degli adulti»[9] e «formazione permanente»[10], da realizzare trattando i contenuti tecnici con un pool di metodologie didattiche capaci di produrre percorsi di empowerment adeguati alla «formazione nel volontariato»[11]. La proposta è di promuovere un tipo di formazione coscientemente mirata allo sviluppo personale, coordinandola con le esigenze emergenti (innovative) del cosiddetto welfare di comunità[12], che presuppone la crescita di capacità di azione orientate nel senso della «cittadinanza competente»[13]. Ma, in concreto, di che tipo di formazione stiamo parlando? Quali campi e quali contenuti, in particolare, ne sono interessati? Cosa occorre fare, e, soprattutto, come? Daniele Baggiani
[7] In senso proprio la «Formazione Professionale» è un servizio alla persona realizzato da enti pubblici o privati, che ha la funzione di favorire l’occupazione in stretto collegamento con le richieste che provengono dal mercato del lavoro.
[8] La «Formazione Continua» si occupa di adeguare le competenze professionali del lavoratore alle esigenze del mercato del lavoro. [9] «Formazione degli Adulti» è sinonimo di «andragogia», secondo il neologismo coniato da Malcom Knowles. Diversamente dalla pedagogia e dalla formazione in senso lato, dedicata ai bambini e ai giovani, si caratterizza per alcune particolarità: (a) l’apprendimento adulto si realizza compiutamente quando il soggetto avverte dentro di sé il bisogno di conoscere; (b) l’apprendimento adulto ha come base di partenza l’esperienza del soggetto; (c) il discente possiede un particolare concesso di sé e, quindi, ha bisogno di autonomia; (d) le necessità di apprendimento fanno riferimento alla vita reale e nascono dal desiderio di una maggior soddisfazione nel lavoro, il bisogno di accrescere la propria autostima, l’aspirazione a migliorare la qualità della vita ecc. Cfr. per tutti M. Knowles, F Elwood III, R.A. Swanson, Quando l'adulto impara. Andragogia e sviluppo della persona, Milano, Franco Angeli, Milano, 2008 (9ª edizione). Prima edizione originale inglese 1973. [10] La «Formazione Permanente» è quella che coinvolge le persone indipendentemente dalla loro età e dalla condizione lavorativa. Ne fanno parte tutte le opportunità educative formali (istruzione e formazione professionale certificata) e non formali (cultura, educazione sanitaria, sociale, formazione alla vita associativa, educazione fisico-motoria, volontariato ecc.) rivolte a cittadini adulti. I suoi obiettivi riguardano lo sviluppo della persona: per estendere le conoscenze (nuovi alfabeti, nuovi linguaggi); per favorire l’acquisizione di specifiche competenze connesse al lavoro e alla vita sociale; per recuperare bassi livelli di istruzione e formazione; per svolgere meglio compiti di cittadinanza, di impegno personale di associazionismo. Cfr. tra gli altri M. Mariani, M. Canterini, Educazione adulta. Manuale per una formazione permanente, Milano, Unicopli, 2002; P. Jarvis, Adult education and lifelong learning. Theory and practice, London and New York, Routledge, 20043; B. Morgan-Klein, M. Osborne, The concepts and practises of lifelong learning, London-New York, Routledge, 2007; F. Toriello, Fondamenti epistemologici del lifelong learning, Napoli, Tecnodid, 2008. [11] Per «Formazione nel Volontariato» intendiamo un particolare tipo di formazione permanente che attribuisce importanza alla motivazione della persona, in riferimento ai valori del volontariato (come codificati nella Carta dei Valori FIVOL) e alla relazione, chiave dell’azione volontaria di dono e mutuo-aiuto. [12] Sulle questioni dell’assistenza sociale diffusa, delle Società della Salute (in Toscana) e del paradigma del «welfare di comunità» si vedano, tra gli altri: F. Folgheraiter, La cura delle reti. Nel welfare delle relazioni (oltre i Piani di Zona), Milano, Erickson, 2006; F. Vernò, Lo sviluppo del welfare di comunità: dalle coordinate concettuali al gruppo di lavoro, Roma, Carocci, 2007. [13] L’espressione sintetizza l’insieme delle qualità richieste al cittadino europeo per esercitare attivamente la cittadinanza in modo consapevole e valido. Le competenze che nell’ordinamento italiano dovrebbero essere conseguite al termine del ciclo di istruzione obbligatoria: (1) imparare a imparare; (2) progettare; (3) comunicare; (4) collaborare e partecipare; (5) agire in modo autonomo e responsabile; (6) risolvere problemi; (7) individuare collegamenti e relazioni; (8) acquisire e interpretare l’informazione (cfr. Decreto Ministeriale 139 del 22.08.2007; in accordo con il «Libro Bianco» sulla comunicazione della Commissione Europea del 2006, intitolato Una politica europea di comunicazione [1.2.2006]).{jcomments on} |





