logotype
img1
img2
img3
img4
img5
img6
img7
img8
1997 - Progresso tecnico e azione politica nella Toscana leopoldina PDF Stampa E-mail
PUBBLICAZIONI - Storia Economica

Daniele Baggiani, Progresso tecnico e azione politica nella Toscana leopoldina: la Camera di Commercio di Firenze (1768-1782), in D. Barsanti, V. Becagli, R. Pasta (a cura di), La politica della scienza. Toscana e stati italiani nel tardo Settecento, Firenze, Olschki, 1997, pp. 67-99.


Daniele Baggiani (Istituto Universitario Europeo)

PROGRESSO TECNICO E AZIONE POLITICANELLA TOSCANA LEOPOLDINA:
LA CAMERA DI COMMERCIO DI FIRENZE
(1768-1782)

 

1. Con il motuproprio granducale del 1° febbraio 1770 fu creata la Camera di Commercio, Arti e Manifatture di Firenze, organo centrale di governo affiliato alla Segreteria di Finanze cui furono assegnati rilevanti incarichi politici e giudiziari nel campo della pubblica economia[1]. La novità di maggior seguito del provvedimento, che dopo la grande inchiesta del 1766 apriva ufficialmente la stagione delle riforme economiche extragricole, come già segnalava Rodolfo Misul in un vecchio lavoro, consisteva nella «unificazione» delle sette superstiti corporazioni artigiane di Firenze «in opere – istituzionali – più vaste e con intento ultimo diverso»[2]. Anche se i corpi dei mestieri restavano formalmente in vita, veniva, di fatto, così completato il loro svuotamento politico, iniziato nei primi anni di Reggenza con il sistema delle giunte e dei commissariamenti caratteristico dell’azione amministrativa degli Asburgo nei territori annessi[3]. Sottraendo interamente lo spazio economico alle autonomie corporative, il potere pubblico conquistava il coordinamento fra l’organizzazione della produzione e le esigenze del commercio interno ed estero; un risultato che offriva finalmente l’opportunità di razionalizzare su basi nuove la struttura centralizzata e monopolistica dell’economia cittadina consolidatasi in Toscana nell’età tardo medicea[4].

[...]

Fu cancellato così, insieme a questo istituto, un tratto del cammino in favore della libertà economica di chi aveva precocemente compreso in Toscana il valore riformista di una scienza sperimentale intesa quale veicolo insostituibile di progresso e di sviluppo, in piena conformità con un ideale tecnologico – non estraneo al circuito massonico – in fase di ulteriore maturazione là dove la discussione settecentesca sulla nuova dimensione utilitaristica del sapere era stata più vivace e dove il ruolo creativo delle capacità e dei talenti preparerà un nuovo paradigma sociale.

Nella Francia rivoluzionaria la via industrialista aperta dall’e­mpi­rismo e dall’universalismo dei Lumi sarà battuta dagli idéologues e dal sansimonismo. La sfida sarà raccolta già nel 1791 dall’­Ass­emblea Nazionale con la creazione di un nuovo Bureau de Consultation pour les Arts[1].

Ma le coraggiose proposte istituzionali avanzate in questa direzione dagli uomini della Camera di Commercio di Firenze si rivelarono forse troppo precoci per la Toscana, certo inconciliabili con le tendenze costituzionali palesate dall’assolutismo leopoldino negli anni ottanta del ‘700, introducendo nella regione una ulteriore condizione di arretratezza economica che neanche l’età napoleonica riuscirà a correggere[2].

DANIELE BAGGIANI


[1] Vedilo in Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana. Stampati a Firenze e pubblicati dal 12 luglio 1737 al 13 maggio 1803, Firenze, Stamperia Imperiale, 1747-1807, cod. V, nn. CLXXX. Una riproduzione in La Camera di Commercio e la Borsa di Firenze. Profilo storico e documenti a cura di R. Ristori, Firenze, Olschki, 1963, pp. 130-134. Importanti riflessioni sul ruolo della Camera di Commercio in età leopoldina si trovano in A. Oblath, La Camera di Commercio, Arti e Manifatture di Firenze (1770-1782), Bologna, Cappelli, 1932 e V. Becagli, Un unico territorio gabellabile. La riforma doganale leopoldina. Il dibattito politico, 1767-1781, Firenze, Università degli Studi, Istituto di Storia, 1983, pp. 56-62 e passim.

[2] R. Misul, Le Arti fiorentine. Decadenza e soppressione. Le Camere di commercio: origini - modificazioni, Firenze, Seeber, 1904, p. XIII. Nell’errore di porre al 1770 la cessazione dell’ordinamento corporativo sono caduti, tra gli altri, G. Candeloro, Storia d’Italia, vol. I, Le origini del Risorgimento, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 116; V.I. Rutemburg, Arti e corporazioni, in Storia d’Italia. I documenti, vol. I, Torino, Einaudi, 1973, p. 640. Tale forzatura è riconducibile ai lavori di A. Morena, Le riforme e le dottrine economiche in Toscana, «Rassegna nazionale», XXVIII, 1886, p. 234 e di A. Zobi, Storia civile della Toscana dal MDCCXXXVII al MDCCCXLVIII, Firenze, Molini, 1850-1852, 5 voll., vol. II, pp. 89-90; leggendo il provvedimento con l’enfasi liberista dei moderati Zobi assegnava addirittura allo stesso Pietro Leopoldo il merito di aver troncato «di sua autorità la questione» delle corporazioni, creando «in quella vece la Camera di Commercio, Arti e Manifatture».

[3] Il punto di arrivo del processo fu l’editto del 3 febbraio 1770 con il quale si abolirono le tasse di matricola ed i requisiti di abilità imposti dalle corporazioni per l’esercizio professionale. Vedilo in Bandi e Ordini cit., cod. V, n. CLXXXI. Ne tratta, in rassegna, L. Dal Pane, Storia del lavoro dagli inizi del secolo XVIII al 1815, Milano, Giuffrè, 1944, pp. 225-231.

La prima corporazione fiorentina ad essere commissariata, il 18 aprile 1738, fu quella della Lana. Due cruscanti benvisti al marchese Carlo Rinuccini, furono inseriti nella «Nuova Congregazione sopra i panni forestieri etc.» per essere successivamente promossi al rango di «deputati» dell’ Arte; cfr. M.A. Timpanaro Morelli, Andrea Maria Alamanni e Rosso Antonio Martini, Deputati «nuovi» dell’Arte della Lana di Firenze, «Critica storica», XX, 1988, pp. 56- 101, in particolare pp. 68-69. Il ruolo di «Deputato» fu istituzionalizzato con il «Nuovo regolamento dell’ Arte della Lana» del 27 gennaio 1739 (artt. XII e XX), in Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASF), Segreteria di finanze ante 1788, f. 1104, ins. 1739. Nel 1743 anche l’Arte della Seta fu controllata e diretta da un’amministrazione fiduciaria vicina al Dipartimento di Finanze. Il suo Provveditore Francesco Rucellai, dimostratosi riluttante a collaborare con il governo, impegnato a favorire lo smercio della drapperia fiorentina negli stati tedeschi lungo assi commerciali privilegiati, fu sostituito di autorità con Andrea Alamanni, controllando cos’ dal vertice una corporazione sospettata di corruzione e di clientelismi eclatanti. Su ciò si veda ivi, f. 1108, ins. Dal 1740 al 1745 e ASF, Segreteria di Finanze ante 1788, f. 180, n. 27. Nel 1747, morto prematuramente il Provveditore Giovanni Roffia, Filippo Neri fu chiamato al suo posto nell’arte dei Vaiai e Cuoiai. Carlo Ginori così presentava le qualità di Filippo Neri al sovrano: «fratello dell’abate Neri Segretario di questo Consiglio di Finanze, il quale è giovane di ottima aspettativa che ha fatto in Pisa con molto credito il corso dei suoi studi, e che ha avuto l’onore di presentarsi ai piedi della Maestà Vostra a Francfort e a Vienna, dove attualmente si ritrova, e che ha dato segni di talento e di prudenza da poterlo impiegare con speranza e profitto nel servizio della Maestà Vostra» (ivi, f. 75, c. 7r). Nello stesso decennio ’40-’50 furono rinfrescati anche i quadri direttivi di alcune corporazioni provinciali; ad es. a Pisa il 18 agosto 1746, su segnalazione ancora di Carlo Ginori, i due deputati dell’Arte della Seta furono sostituiti con Gaetano Lauri, «persona capace, che col nome di Ispettore delle Sete, tutta si applichi alla ricerca dei mezzi per augumentare la manifattura suddetta, et invigili nello stesso tempo alla conservazione delle sete in questo felicissimo stato» (ivi, f. 42, alla data).

[4] Per i problemi dell’economia manifatturiera nel primo ‘700 vedi P. Malanima, An Example of Industrial Reconversion: Tuscany in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, in The Rise and Decline of Urban Industries in Italy and in the Low Countries (Late Middle Ages - Early Modem Times), a cura di H. Van Der Wee, Leuven, Leuven University Press, 1988, pp. 63-74. E Id., La decadenza di un’economia cittadina. L’industria di Firenze nei secoli XVI-XVIII, Bologna, Il Mulino, 1982. Ma ora vedi specialmente P. Malanima, L’economia toscana nell’età di Cosimo III, in La Toscana nell’età di Cosimo III, Atti del convegno. Pisa-San Domenico di Fiesole (Fi), 4-5 giugno 1990, a cura di F. Angiolini, V. Becagli, M. Verga, Firenze, Edifir, 1993, pp. 3-17.

............

[1] Cfr. P. Place, Le Bureau de Consultation pour les Arts, 1791-1796, «History and Technology», III, 1987, pp. 139-178.

[2] Si veda ad esempio il caso della Scuola di Arti e Mestieri di Prato, caldeggiata dall’idéologue Dégerando, della quale fu discusso negli anni 1808-1810. Cfr. G. Assereto, La politica economica francese in Toscana e «le perfectionnement des manufactures», in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, a cura di I. Tognarini, Napoli, Esi, 1985, pp. 293-305.

 
PGT SocialWeb - Copyright © 2010 by pagit.eu